Zucchero intervistato su L’Uomo Vogue

“La mia passione per i cappelli? La saggezza di nonno Roberto e i grandi bluesmen”

Forse non tutti sanno che la passione di Zucchero per i cappelli è un’eredità di nonno Roberto. È il suo tratto distintivo, insieme alle proverbiali giacche; un vezzo da bluesman che dice di avere imparato, però, da bambino quando ancora abitava a Roncocesi (Reggio Emilia).

A L’Uomo Vogue – che gli dedica la copertina in edicola dal 3 dicembre – racconta: «Sono sempre stato affascinato dalla figura di mio nonno paterno, Roberto, è lui che mi ha trasmesso la passione per i cappelli, li portava sempre e mi dava l’idea di uomo saggio. Ho iniziato a portarli sin da piccolo, quando mi travestivo per gli spettacolini che facevo nei teatri degli oratori del mio paese. Poi quando ho scoperto il blues, ho visto che artisti padri del genere, come Robert Johnson, John Lee Hooker e tanti altri, portavano lo stesso tipo di cappello. Mi sembrava già tutto scritto. Da allora non ho mai smesso di indossarli», racconta il bluesman italiano.

È uno dei tanti ricordi che riporta in luce nel suo viaggio di ritorno a casa con Chocabeck (Universal), il nuovo album da poco pubblicato in tutto il mondo, e che da maggio porterà in tournée. Dall’esordio nel 1983 con l’album Un po’ di Zucchero, a oggi, dopo 50 milioni di dischi venduti, le regole del mondo discografico e il modo di fare e consumare musica sono cambiati radicalmente. «Regole alle quali mi sono opposto, facendo proprio un disco come questo. È l’inizio di una ribellione».

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